Lago Maggiore International Trail 2018

Il 6 maggio ho corso la 50km del lago maggiore international trail. Si preanunciava una gara molto difficile a causa del cancelli orari piuttosto ristretti, e difatti all’ultimo cancello sono arrivato un po’ in ritardo e sono quindi stato escluso dalla graduatoria. C’è da dire che su 272 partiti, ne sono arrivati in tempo solo 195, mentre gli altri 77 hanno visto il loro pettorale ritirato. Io ho impiegato mezz’ora in più del tempo massimo, e ho distrutto le scarpe…

La corsa è comunque stata molto bella: le parti in quota sono veramente bellissime, ma durante la salita dopo il trentesimo chilometro, quella che porta al secondo cancello, me la sono vista proprio brutta, per la stanchezza e per il percorso per me devastante.

La giornata era prevista con cielo coperto, ma invece c’è stato sempre un gran bel sole, a volta fin troppo forte. Dopo l’arrivo è invece scoppiato un termporale micidiale, con grandinate impietose che hanno lasciato il ghiaccio sul terreno per tutta la notte. Siamo stati fortunati che il temporale è arrivato tardi.

L’organizzazione non è stata il massimo: a parte i tempi stretti ai cancelli, non è stata mantenuta aperta la cucina per fare mangiare che arriva parecchio dopo il termine ultimo. Immaginate uno che ha corso 12 ore, arriva allo scoppio del temporale, e gli dicono che la cucina ha pure chiuso. Altra macchina dell’organizzazione: i pettorali di chi arrivava tardi ai cancelli sono stati trattenuti, ma si tratta di un souvenir che agli atleti piace tenere, e a mio parere andavano annullati, ma non trattenuti. Non si priva del pettorale uno che ha dato il meglio di sè.

Maremontana 2016

Maremontana 2016
In partenza poco dopo il ristoro del 24°km (foto di Walter Nesti)

Quest’anno sto aumentando le distanze e difatti, mentre nell’edizione scorsa ho partecipato al percorso da 23km della Maremontana, nel 2016 ho scelto il 45km. C’era anche il 60km, ma per me sarebbe l’equivalente della morte certa. Meglio di no.

È stata proprio una bella corsa. L’organizzazione si è mostrata all’altezza come sempre: posti medici disseminati sul percorso, sentieri sempre percorribili anche se spesso non ci si sta due affiancati, personale dell’organizzazione disseminato un po’ lungo tutto il percorso, disponibilità di una doccia e di un pasto caldo a fine corsa, controllo del contenuto dello zaino con materiale obbligatorio. E addirittura, qualcuno è partito a controllare il sentiero due ore e mezza prima della partenza, cioè alle 3:30 di notte.

Il mio allenamento non è mai stato sufficiente per correre in maniera competitiva, quindi lo spirito con il quale sono partito è quello del campestre che va a fare una passeggiata, anche se impegnativa. Ovviamente ho fatto i miei controlli medici, ho corso almeno una volta a settimana cercando di coprire distanze lunghe (almeno mezza maratona per ciascuno degli ultimi 4-6 allenamenti), ho fatto un po’ strada di collina e una volta ho corso con la neve inaspettata.

La sera prima della corsa ho cenato abbondantemente (sapete, il menu del ristorante diceva «minimo due porzioni»…) e sono andato a letto puntando la sveglia alle 4:50.

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La mia prima maratona!

Beh, che dire, sono sopravvissuto e posso anche raccontarla, ma non è stato semplice come bere un bicchier d’acqua, anche se certamente avrei potuto mantenere una andatura più veloce, visto che dopo tutto non sono completamente a pezzi. In ogni caso, il tempo ufficiale è di 4h25′, che per me va bene.

La maratona di Torino del 4 ottobre non è stata molto affollata: 1691 partecipanti, solo 104 dei quali non hanno completato il percorso entro il tempo massimo consentito di 5 ore. Primo arrivato Alex Saekwo in 2h15, ultimo segnalato Paolo Procino in 5h43′. I più anziani? 10 maschi nella categoria 70-74 anni, e 5 femmine tra i 60-64.

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Maremontana 2015

È stata la mia prima Maremontana nonché la mia prima corsa «trial», ma devo dire che nonostante l’evidente difficoltà per chi non è pratico di questa specialità, mi è piaciuta molto.

La pioggia non mi ha disturbato più di tanto, ma ho corso tutto il tempo con la giacca anti pioggia, il che mi ha fatto sudare parecchio. L’acqua è entrata dappertutto: a partire dalle scarpe — nonostante fossero fatte apposta per limitare l’intrusione dell’acqua — fino allo zaino-evidentemente-non-abbastanza-impermeabile che conteneva il materiale obbligatorio, compreso il telefono cellulare che ha preso così tanta acqua che ho dovuto buttarlo (lezione imparata).

Al ristoro «Rifugio Pian delle Bosse» sul percorso dei 23km. (Foto di Irene Gibin, fonte: facebook)
Al ristoro «Rifugio Pian delle Bosse» sul percorso dei 23km. (Foto di Irene Gibin, fonte: facebook)

Invece ho capito cosa vuol dire «finire l’energia». Arrivato circa al 18km non riuscivo più a muovere un passo e mi sono fermato a mangiare e bere, dando fondo alle scorte che avevo portato: mezzo litro d’acqua e un pacco intero di Ringo. Nell’attesa di riprendere le forze mi hanno superato una quarantina di persone, ma a dire il vero non ne ho viste molte messe bene. La mancanza di forze non è arrivata improvvisa, ma evidentemente non ho saputo capire i primi sintomi, che pure c’erano (anche qui, lezione imparata).

Correre nella seconda parte del percorso è stato parecchio più difficile: c’erano discese rese impegnative dal fango che scorreva coprendo le asperità del terreno. Si doveva scegliere: correre sui bordi del sentiero con il pericolo di scivolare frequentemente verso il centro bagnato e ammaccarsi il sedere (minimo) o spezzarsi una gamba, oppure prendere la via centrale affondando nel fango e rischiando le storte alle caviglie per i vari sassi nascosti alla vista. Io — forse perché sono cresciuto accanto a Venezia 🙂 — ho preso spesso la seconda via, quella centrale, affondando nell’acqua e nella melma senza nessun tentativo di mantenere un aspetto decoroso. Difatti alla fine ero piuttosto… marrone. Inoltre a volte la velocità raggiunta con la pendenza era troppa e ho preferito aiutarmi con i vari alberi laterali per rallentare e fermarmi più volte prima di ripartire. Tra l’altro uno di questi si è rilevato coperto di grosse spine (lezione imparata).

Quasi alla fine, quando si rientra nel centro urbano e pare di essere arrivati, c’è una salita che spunta a tradimento dopo una curva stretta a destra — credo sia l’accesso al sagrato di una chiesa –. Quella salita è una specie di Golgota e, secondo me, cercando bene tra i ciottoli che lo compongono, vi si potranno trovare parecchi accidenti lasciati lì dai partecipanti alla gara 🙁

Poi c’è l’arrivo. Nel mio caso un arrivo in solitaria: nessuno davanti a me, nessuno dietro di me, nessuno che mi guardava, nessuno che mi aspettava, nessun sorriso: era un attimo di silenzio anche per lo speaker. L’unico ad avermi notato è stato il cronometro ufficiale, di certo solo perché ligio al suo ordine elettronico. Questo arrivo è stato di quelli che ti fanno pensare: ma perché sono qui, tutto bagnato, a fare una corsa (la mia) della quale non interessa niente a nessuno? La risposta è ovviamente dentro di me ed è quella che mi farà iscrivere anche l’anno prossimo.

Intanto riprendo con le mie corse in pianura: domenica prossima c’è la tuttadritta a Torino. Solo 10km, ma questa volta in compagnia e con l’intento di battere il mio record.